Cifoplastica e Vertebroplastica

TRATTAMENTO DELLE FRATTURE VERTEBRALI OSTEOPOROTICHE CON CIFOPLASTICA E VERTEBROPLASTICA

Secondo la Fondazione Internazionale per l'Osteoporosi, nel mondo una donna su tre e un uomo su otto, di oltre 50 anni, sono affetti da osteoporosi e questo si accompagna ad una concomitante elevata incidenza di fratture vertebrali da compressione (VCF) che possono verificarsi spontaneamente o in seguito a un piccolo trauma, con riduzione in altezza della metà anteriore del soma vertebrale, conseguente cuneizzazione dello stesso e quindi spostamento in avanti del centro di gravità.
Negli Stati Uniti si stima che vi siano circa 6.000.000 di donne e 2.000.000 di uomini affetti da osteoporosi e che l'incidenza di fratture vertebrali sia di 200.000 casi per anno con elevatissimi costi sociali.
Secondo il rapporto dell'IOF (Fondazione Internazionale per l'Osteoporosi) pubblicato nel 2001, questa patologia costa ai paesi UE più di 4,8 miliardi/anno solo per le spese di cure ospedaliere con un incremento del 33% negli ultimi 3 anni. Per il decorso prevalentemente asintomatico, che non permette il suo riconoscimento in fase pre-clinica, e cioè prima che si verifichi la complicanza ossea, e poiché molte fratture osteoporotiche non vengono diagnosticate, è facilmente ipotizzabile che questi dati siano addirittura sottostimanti.

CIFOPLASTICA

Una volta che la frattura vertebrale si è verificata, questa comporta forti dolori (spesso difficilmente controllabili farmacologicamente) e un aumento progressivo della deformità per lo spostamento in avanti dell'asse di carico. Entrambe queste conseguenze determinano una marcata riduzione dell'attività fisica e il conseguente allettamento. Nel 1999 Kado (1) evidenziava che la mortalità nei pazienti sopra i 65 anni affetti da fratture vertebrali osteoporotiche aumentava del 23% rispetto a una popolazione di controllo.
Sia Black (2) che Lindsay (3) hanno dimostrato, inoltre, che una pregressa frattura vertebrale si associa ad un aumento del rischio di recidiva di 3-5 volte, specie nel 1° anno post-frattura, ed ad un rischio doppio di frattura di femore.
Nel tempo, dal punto di vista terapeutico, si è passati dal riposo coadiuvato da analgesici e busto sino alla più promettente vertebroplastica.
Questa tecnica consiste nell’iniettare, per via percutanea, una soluzione ad alta pressione di Polimetilmetacrilato (PMMA) nel corpo vertebrale. Il consolidamento così ottenuto riduce il dolore; tuttavia nel tempo sono emersi due grandi limiti di questa procedura: il PMMA iniettato ad alta pressione determina stravasi di cemento e quindi possibili embolie nel 65%3 dei casi e la procedura non ripristina l’altezza fisiologica del soma vertebrale e pertanto non risolve i suddetti problemi biomeccanici.
Per ovviare a queste limitazioni all'inizio del 1998 venne introdotto un nuovo tipo di intervento, mini invasivo, denominato “cifoplastica” in cui, grazie all’uso di veri e propri palloncini gonfiabili in silicone, introdotti all’interno del soma fratturato per via mininvasiva percutanea e transpeduncolare, che agiscono come un vero e proprio crick, si può ripristinare in toto o parzialmente la geometria del soma, riducendo la frattura che viene quindi stabilizzata attraverso cementazione con polimtilmetacrilato a bassa pressione.

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